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LA GUERRA FREDDA - Seconda Parte

Nel 1957 divenne segretario generale del partito Comunista Nikita Khrushchev, il quale nel 1956 al XX congresso aveva denunciato gli eccessi e gli errori generati dal culto della personalità di Stalin, provocando un violento terremoto in tutto il blocco comunista, ma dando nuovo impeto e rispettabilità al comunismo internazionale. Inoltre nel 1957 l’orgoglio nazionale americano venne colpito dal lancio di un satellite artificiale (lo Sputnik) intorno alla terra, successivamente, applicando una testata nucleare al razzo che aveva lanciato il satellite, venne prodotta una nuova arma, più veloce e meno vulnerabile del bombardiere: si inaugurò così l’era dei missili balistici intercontinentali ed il vantaggio iniziale era dei russi.

Lo Sputnik

 

All’interno di quella che appariva una contesa “pacifica” tra comunismo e capitalismo Khrushchev affermò che il progresso economico e scientifico dei paesi comunisti avrebbe sconfitto l’Occidente senza il bisogno di ricorrere alla guerra, ed il livello di vita del popolo sovietico avrebbe superato quello degli Stati Uniti nel giro di vent’anni.

Un’altra crisi, anche se non portò al blocco come nel 1948, si ebbe a Berlino nel 1958. Khrushchev chiese di porre fine a quello che definì un trampolino di lancio per intensive azioni di spionaggio, sabotaggio e altre attività sovversive, minacciando di porre tutte le strade di accesso sotto il controllo della Germania est. Eisenhower voleva evitare una guerra anche se era deciso a non cedere, ma anche Khrushchev voleva evitare uno scontro. Venne così organizzato un incontro fra i ministri degli esteri nel maggio 1959 a Ginevra, e l’ultimatum cadde tacitamente. Khrushchev visitò gli Stati Uniti in settembre e un incontro al vertice si tenne nel maggio 1960 a Parigi.

Nel 1961 assunse la presidenza degli Stati Uniti J. F. Kennedy il quale aveva sfruttato, per vincere la campagna elettorale, il timore della superiorità nella tecnologia missilistica dei sovietici accusando di inettitudine l’amministrazione Eisenhower per aver consentito la creazione di questo “gap missilistico”. Subito dopo l’insediamento chiese di aumentare la spesa annua per la difesa di altri 6 miliardi di dollari.

Il nuovo presidente cercò un incontro al vertice che ebbe luogo a Vienna nel giugno 1961, Khrushchev riaprì la crisi di Berlino minacciando ancora una volta di firmare un trattato di pace con la Germania orientale.

Kennedy dichiarò agli americani che Berlino ovest era diventato il grande banco di prova del coraggio e della volontà degli americani.

Ogni giorno Berlino ovest vedeva l’arrivo di oltre un migliaio di rifugiati dalla Germania est. Inaspettatamente, durante la notte tra il 12 e il 13 agosto 1961, le autorità comuniste eressero una barriera di filo spinato. La barriera divenne ben presto il tristemente famoso “muro” di Berlino, che separava i settori orientale e occidentale. Il “muro” raggiunse l’altezza di 6 metri e alla fine si estese per una lunghezza di oltre 40 km. La tensione fra i due blocchi si alzò, ma non fu data nessuna disposizione di ricorrere alla forza.

 

Il muro di Berlino

 

Gli Stati Uniti avevano recuperato il gap missilistico e la superiorità americana nelle armi strategiche venne ulteriormente sottolineata nel 1962 dallo spiegamento di missili con postazioni a terra. Khrushchev cercò di ristabilire l’equilibrio dispiegando segretamente missili nucleari a Cuba. Nell’ottobre del 1962, voli di ricognizione rivelarono che a Cuba erano in costruzione basi missilistiche, Kennedy convocò un Comitato esecutivo del Consiglio di sicurezza nazionale che rimase in sessione segreta per l’intera durata dei “tredici giorni” della crisi. Dibattuti fra un intervento con incursioni aeree o invasione per distruggere le basi missilistiche in costruzione e una soluzione diplomatica, Kennedy si pronunciò per un blocco navale di Cuba per impedire al materiale sovietico di giungere a destinazione. Il 22 ottobre Kennedy annunciò in televisione la provocatoria minaccia alla pace mondiale. Il timore che i sovietici tentassero di forzare il blocco era grande, il mondo era sull’orlo di un disastro nucleare. Il 28 ottobre Khrushchev cedette mandando un telegramma in cui si diceva disposto a smantellare le basi. Le navi sovietiche in viaggio per Cuba invertirono la rotta. All’apparenza fu una vittoria di Kennedy, e il leader sovietico venne indebolito a tal punto che venne rimosso dal suo incarico nel 1964. Ma fra i due leader venne stipulato un accordo segreto nel quale Kennedy aveva assicurato che gli Stati Uniti non avrebbero invaso Cuba ed avrebbe ritirato gli antiquati missili dalla Turchia.

Crisi di Cuba

 

La crisi di Cuba, con il rischio di una guerra nucleare, fu un’esperienza che indusse sia Kennedy che Khrushchev a riflettere seriamente sui pericoli insiti in un confronto militare.

Simbolo di un nuovo clima di distensione fu la creazione nel 1963 di un “filo rosso” diretto per la comunicazione in tempo reale fra Cremlino e Casa Bianca, e venne raggiunto anche un accordo per un trattato sulla messa al bando degli esperimenti nucleari con test in atmosfera.

I membri europei della Nato reagirono in modo ambivalente, lo sviluppo dell’arsenale nucleare sovietico aveva aumentato la dipendenza dell’Ovest europeo dagli americani, la sensazione di insicurezza era aumentata, il presidente francese Charles De Gaulle sostenne che la difesa europea era diventata di secondo piano per gli Stati Uniti, i quali si sentivano a rischio di un attacco diretto dei missili sovietici, inoltre li riteneva inaffidabili in quanto erano stati pronti a scatenare una guerra nucleare senza consultare gli alleati della Nato. Quindi De Gaulle rifiutò di aderire al trattato sulla messa al bando dei test nucleari e si impegnò per dotare la Francia di una forza nucleare indipendente.

L’Europa sentiva riemergere il proprio prestigio e influenza, con la creazione della Comunità economica europea (CEE o Mercato comune) del 1955, formalizzata con i trattati di Roma del 1957, l’Europa aveva raggiunto una notevole crescita economica caratterizzata da una certa stabilità politica. Un certo antiamericanismo si diffuse negli anni sessanta in Europa, anche se si continuava a considerare la Nato fondamentale per la sicurezza, non c’era più il terrore di una invasione sovietica e si desiderava migliorare i rapporti con i Paesi del blocco comunista.

Negli Stati Uniti, sia Kennedy (che rimase vittima di un attentato a Dallas il 22 novembre 1963) che il suo successore Lyndon Johnson erano ansiosi sul fatto che gli alleati europei concentrassero i loro sforzi sulla creazione di forze convenzionali autonome. Ma le necessità erano diverse, più di dieci anni di pace e prosperità avevano rafforzato la fiducia e il senso di sicurezza in Europa così la volontà di aumentare le spese militari venne sempre meno. Il terrificante spettro di una cospirazione comunista era stato allontanato dalla grave frattura tra l’Unione Sovietica e la Cina. La guerra fredda non era finita ma gli europei la consideravano oramai in declino, così il maggior peso delle spese di difesa rimaneva a carico degli USA.

Attentato a J.F.Kennedy a Dallas

 

Gli anni settanta furono un periodo di distensione tra le superpotenze. L’iniziativa venne dagli Stati Uniti e riflettè un cambiamento significativo che si era verificato nell’equilibrio globale del potere nel corso del decennio precedente. Quando Richard Nixon assunse la carica di presidente nel 1969, gli Stati Uniti non erano più considerati incontestabilmente la superpotenza numero uno nel mondo. L’Unione Sovietica aveva ormai colmato il gap nucleare e rivendicava una posizione di parità con gli Stati Uniti negli armamenti nucleari. A sfidare la supremazia americana nel settore commerciale e finanziario internazionale c’era invece la strabiliante crescita economica della Germania Occidentale e del Giappone durante gli anni sessanta. Un simbolo ancora più evidente del relativo declino della potenza americana nel mondo era stata la guerra del Vietnam, nella quale l’escalation dei combattimenti decisa dal presidente Johnson aveva suscitato forti critiche a livello internazionale e danneggiato gravemente la coesione politica e sociale all’interno degli stessi Stati Uniti.

La decisione di Nixon di chiudere col Vietnam riflettè il riconoscimento del fatto che gli Stati Uniti non potevano più sostenere l’onere di contenere l’espansione del comunismo internazionale con le armi.

La strategia di contenimento che risaliva alla dottrina Truman venne ribaltata da Nixon e Kissinger con un processo di adeguamento degli obiettivi e della conduzione di una nuova politica estera finalizzata al raggiungimento della sicurezza nazionale americana e della pace mondiale. Nixon era convinto che il modo migliore per raggiungere questo obiettivo fosse stabilire rapporti di amicizia e cooperazione con l’Unione Sovietica. Anziché trattarla come un implacabile avversario, gli Stati Uniti avrebbero attivamente perseguito un obiettivo di allentamento delle tensioni o di distensione. Un tentativo di influenzare la condotta internazionale dell’Unione Sovietica fu quello di offrirle incentivi nella forma di un accesso preferenziale al commercio, alla finanza e  alla tecnologia americana. Tali incentivi sarebbero stati ritirati qualora la risposta sovietica non fosse sufficientemente pronta.

L'evacuazione dell'ambasciata US a Saigon

 

La nuova leadership sovietica, guidata da Leonid Breznev, si sentì lusingata di essere finalmente trattata alla pari dagli Stati Uniti, ma si mostrò inizialmente sospettosa, e Kissinger si lamentò del fatto che il progresso verso la distensione fosse ostacolato dall’immobilismo sovietico.

La spinta significativa alla distensione non provenne da Washington o da Mosca ma dalle attività dei leader politici europei occidentali, in particolare del cancelliere della Germania Ovest, Willy Brandt. Anche se i “nuovi europei” esprimevano forte apprezzamento per la protezione militare fornita dall’ombrello nucleare americano, la loro crescente fiducia in se stessi, tanto politica che economica, incoraggiava un desiderio di maggiore autonomia nei confronti degli Stati Uniti. Essi tendevano inoltre ad assumere una posizione critica nei confronti della politica americana nel Vietnam e non percepivano più l’Unione Sovietica come nemico dell’Occidente: anzi il miglioramento dei rapporti tra l’Europa occidentale ed il mondo comunista avrebbe ridotto il rischio di un conflitto nucleare in Europa e arrecato vantaggi reciproci sia politici che commerciali. Questa visione raccolse crescenti sostegni nella Germania Ovest e venne tradotta in realtà da Brandt che divenne cancelliere nel 1969. La politica di Brandt venne chiamata Ostpolitik e puntò a normalizzare i rapporti della Germania Occidentale con l’Unione Sovietica e i paesi dell’Est, inclusa la Germania Orientale.

La Ostpolitik ebbe successo. La prima mossa di Brandt fu di aprire trattative con l’Unione Sovietica, nell’agosto del 1970 compì un viaggio dal grande contenuto simbolico a Mosca per firmare un trattato nel quale i due stati rinunciavano all’uso della forza l’una contro l’altra e affermavano l’inviolabilità delle esistenti frontiere in Europa orientale. Poco dopo venne concluso un trattato con la Polonia per il riconoscimento del confine dell’Oder-Neisse fra questa e la Germania Est. Più difficili furono i negoziati per stabilire rapporti diplomatici con la Germania Est, sia per l’ostilità del leader comunista Walter Ulbricht, sia per il coinvolgimento delle quattro potenze occupanti (Stati Uniti, Inghilterra, Unione Sovietica e Francia). Solo nel 1972 venne firmato un trattato che prevedeva un aumento degli scambi commerciali e culturali che includeva anche rapporti diplomatici nella forma di missioni permanenti con sede nelle rispettive capitali.

Il maggior successo della Ostpolitik di Brandt fu di normalizzare le relazioni diplomatiche della Germania occidentale con l’Est europeo anche se questo implicò l’accettazione della spartizione della Germania in due entità nazionali separate ed il riconoscimento delle frontiere imposte dall’Armata rossa nel 1945, riconoscimento che contribuì in misura significativa alla sicurezza europea. Anche la controversa questione di Berlino che a più riprese aveva minacciato di sfociare in un conflitto armato trovava una soluzione nella garanzia sovietica del libero transito tra la Germania Ovest e Berlino Ovest.

 

Il Cancelliere tedesco Willy Brandt

 

L’amministrazione Nixon pur appoggiando l’Ostpolitik temeva che i sovietici la considerassero come una opportunità per mettere in secondo piano le trattative con gli Stati Uniti. L’obiettivo da parte dell’Unione Sovietica di una distensione selettiva con la Germania Ovest poteva essere quello di isolare gli Stati Uniti e fomentare divisioni all’interno dell’Alleanza Atlantica. Ma Brandt ribadì costantemente l’importanza chiave della Nato per la Germania occidentale, inoltre i sovietici disponevano di una limitata capacità di manovra, in quanto c’era la necessità di intensificare i contatti economici non solo con la Germania ma anche con tutti i paesi occidentali e in particolare con gli Stati Uniti, Le economie dell’Unione Sovietica e dell’Europa dell’Est erano fortemente arretrate rispetto a quelle dell’Occidente. Il malcontento economico andava aumentando tra la popolazione nei paesi satelliti e fu alla base del tentativo riformista promosso in Cecoslovacchia nel 1968 e dei disordini scoppiati in Polonia nel 1970. Breznev era fermamente determinato a non allentare il controllo sovietico sull’Europa Orientale, dichiarando che avrebbe impiegato la forza militare per garantire l’irreversibilità di qualsiasi regime comunista. Affermò nel contempo che la distensione offriva una scorciatoia verso la tecnologia moderna ed il capitale e si sforò di invertire la rotta delle politiche di Stalin e Khrushchev che avevano cercato di sviluppare un blocco economico comunista chiuso e autosufficiente.

Anche i contrasti con la Cina misero i sovietici in una posizione di svantaggio nelle trattative con gli Stati Uniti. Fin dal 1956 l’Unione Sovietica e la Cina avevano ingaggiato una battaglia ideologica dai toni sempre più aspri per la leadership del comunismo mondiale, a questo si aggiungono le rivendicazioni della Cina su alcuni territori dell’Asia centrale che erano state incorporate nella Russia nel 19° secolo. I sovietici respinsero le rivendicazioni cinesi e rafforzarono le difese aeree e le truppe lungo la frontiera. Nel 1969 sul fiume Ussuri si verificò un grave incidente tra soldati sovietici e cinesi con perdite umane da ambo le parti. Si prospettò un conflitto con potenziale attacco nucleare da parte russa ma entrambi i governi preferirono ridurre progressivamente le ostilità e nell’ottobre 1969 sancirono per lo meno il mantenimento dei confini esistenti.

I diplomatici americani non ebbero nessun ruolo nel conflitto cino-sovietico, anzi non avevano mai riconosciuto formalmente la Repubblica popolare cinese e continuavano a considerare come legittimo governo cinese quello di Taiwan. Alcuni incontri informali vennero tenuti fra ambasciatori americani e cinesi ma vennero interrotti dalla Cina nel 1968 in seguito a bombardamenti americani in Vietnam. Successivamente Nixon si mostrò interessato ad un riavvicinamento tra i due paesi nell’ottica di una possibilità di districare gli Stati Uniti dalla guerra del Vietnam, inoltre avrebbe rappresentato una carta da giocare contro i sovietici per ottenere un atteggiamento più conciliatorio nei confronti della distensione. Kissinger parlò di diplomazia triangolare per descrivere l’interesse delle politiche estere dei tre paesi, al cui interno gli Stati Uniti avrebbero rappresentato l’ago della bilancia.

Gli avvenimenti subirono una accelerazione quando nel 1971 il governo cinese invitò la squadra americana di ping-pong a visitare la Cina durante il campionato del mondo.

Diplomazia del Ping-Pong

 

Nel luglio dello stesso anno, Kissinger, visitò a sua volta segretamente la Cina, tornato a Washington, parlando dell’ottima ospitalità cinese e di un nuovo invito per una visita presidenziale a Pechino. Nixon annunciò che voleva recarsi in Cina per cercare di raggiungere la normalizzazione dei rapporti tra i due governi. La visita ebbe luogo nel febbraio del 1972 e culminò nell’incontro fra Nixon e Mao Tse-Tung.

L’opinione pubblica americana si dimostrò in genere entusiasta della prospettiva di una normalizzazione nei rapporti fra i due paesi, la Cina appariva ora come una forza di valore inestimabile per contenere l’espansione sovietica in Asia. Per la Cina si aprì la via per redditizi contratti commerciali e culturali con l’Occidente e con il Giappone.

Anche se Nixon fu applaudito come statista e pacificatore mondiale, i guadagni tangibili furono scarsi: la Cina continuò ad aiutare i vietcong che poterono anche lanciare un attacco nel Vietnam del sud. In realtà Nixon e Kissinger erano sempre stati convinti che i loro più importanti negoziati sarebbero stati quelli con l’Unione Sovietica e si erano perfino preoccupati del fatto che un riavvicinamento con la Cina potesse irritare i sovietici. Comunque questi nuovi rapporti furono sufficienti a scuotere i sovietici e a spingerli ad accelerare il processo di distensione con l’Occidente. Dopo l’annuncio del viaggio di Nixon a Pechino le questioni irrisolte su Berlino ebbero soluzione nell’arco di una settimana. I sovietici dimostrarono di volersi muovere rapidamente sulle questioni sostanziali così da assicurare un esito positivo al summit con Nixon fissato per il maggio 1972. Come Breznev commentò più tardi, Nixon andò a Pechino per i banchetti ma a Mosca per gli affari.

 

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