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L'Europa tra le due Guerre - Parte prima

La conclusione del primo conflitto mondiale determina anche la fine del predominio europeo sullo scacchiere internazionale: il vecchio continente assiste allo sconvolgimento del suo assetto politico.

 

Questa è la situazione nei principali Paesi:

Stati Uniti

Gli Stati Uniti assumono il ruolo preminente dal punto di vista economico e militare. Sono creditori nei confronti delle potenze europee, la marina mercantile raggiunge quella inglese per tonnellaggio e competitività commerciale. La bilancia commerciale è in attivo e nella finanza sostituiscono le potenze europee in tutto il mondo, in primis in Cina e in Australia. Anche sotto il profilo morale e politico gli Stati Uniti, conquistano un notevole prestigio: il presidente Wilson aveva proposto i suoi 14 punti, che apparivano come un manifesto di libertà, di democrazia e autonomia per tutti i popoli, ed era apparso, al tavolo delle trattative di pace, l’unico uomo dai vasti orizzonti fra i molti diplomatici che continuavano le loro vecchie anguste manovre di rivendicazioni nazionalistiche.

Ma ben presto il liberismo democratico di Wilson venne ripudiato dal Senato e dall’opinione pubblica americana, ed alle elezioni del 1920, vinse il candidato Repubblicano Harding, che adottò una politica isolazionista e di disimpegno nei confronti dell’Europa (per la verità più politica che economica).

 Disoccupati in fila all'ufficio di collocamento, USA 1929

 

Iniziano così gli anni “ruggenti” caratterizzati da un progressivo sviluppo economico e di benessere mai conosciuti in precedenza anche in virtù della restituzione dei prestiti europei. Significativa fu l’elevata diffusione delle automobili, non mancava una forte corruzione, la diffusione del gangsterismo e della mafia italiana. Venne introdotta la legge del proibizionismo per combattere la piaga sociale dell’alcoolismo. Si assiste al predominio dell’economia finanziaria e di un liberalismo esasperato.

La crisi economica e crollo della borsa (giovedì nero 24 ottobre) del ’29 ebbero ricadute internazionali.

Nel 1933 fu varato il “New Deal” (“Nuovo corso” o “Nuovo patto”) dal presidente Franklin Delano Roosevelt, caratterizzato da un maggiore intervento da parte dello Stato nell’economia nazionale. Introdusse una regolamentazione dei rapporti fra imprenditori e lavoratori, lavori pubblici per ridurre la disoccupazione, abolì il liberismo puro introducendo la pratica dello Stato del benessere (Welfare State).

F.D. Roosevelt annuncia il "New Deal"


In Europa:

All’inizio degli anni venti, il movimento operaio, a lungo schiacciato e frammentato dall’esperienza bellica, diventa il protagonista di un’impetuosa avanzata politica, tanto inattesa da assumere i tratti di una vera e propria rivoluzione. I partiti socialisti di tutta Europa sono a capo di questo fermento, coadiuvati dalle sempre più influenti organizzazioni sindacali: le richieste vertono sulla riduzione degli orari di lavoro, sulla sicurezza nelle fabbriche e nei cantieri, sulle forme assicurative per donne e ragazzi.

Dall’Italia all’Austria, dalla Francia alla Germania, le otto ore di lavoro giornaliere a parità di salario sono la bandiera della lotta condotta dai lavoratori.

Tutte le maggiori potenze europee, preoccupate dal dilagare delle idee socialiste, tentano di varare un piano comune di sicurezza, al fine di contenere le forze rivoluzionarie del continente che prevede collaborazione tra gli Stati e il ripristino dei confini territoriali, sotto il controllo della Società delle Nazioni.

La speranza, dei partiti socialisti, di trasformare il continente in un’area politica e culturale vicina all’esperienza sovietica, muta, però, rapidamente in una crisi profonda e drammatica delle istituzioni liberal-democratiche, che pure avevano raggiunto un progressivo rafforzamento con la fine del conflitto.

Germania

Alla fine della guerra la Germania vive, di fatto, una situazione politica e sociale rivoluzionaria. L’esercito disintegrato, la popolazione provata, le fabbriche saldamente controllate dai consigli degli operai; si attende solo la mobilitazione delle masse contadine. I socialdemocratici rappresentano l’unica forza di riferimento, la sola in grado di controllare, nei limiti del possibile, legalità e democrazia. Sono infatti contrari alla soluzione insurrezionale, alla quale oppongono un governo di larghe intese, reintegrando nelle loro funzioni esponenti moderati della vecchia classe politica. La linea socialdemocratica trova una ferma opposizione nelle correnti radicali del movimento operaio: tra questi i rivoluzionari della “Lega di Spartaco”, che si ispirano all’esperienza sovietica.

Nel 1919, a fronte dei gravi scontri di piazza verificatisi a Berlino, il governo attua una feroce repressione: la rivolta popolare viene repressa nel sangue e i leader spartachisti Karl Liebnecht e Rosa Luxemburg vengono rapiti e uccisi.

La convocazione di una nuova assemblea costituente e il varo della “Costituzione di Weimar” riporta il Paese verso la normalità. La repubblica di Weimar è la prima esperienza democratica del paese, che ha, purtroppo, termine nell’arco di pochi anni: la grave crisi economica consegnerà presto il paese al partito nazionalsocialista guidato da Adolf Hitler, che attuerà una brusca inversione di tendenza, con il pretesto di combattere le difficoltà economiche, incita alla riscossa pan germanica utilizzando anche i metodi più violenti per giungere il potere.

La repubblica di Weimar

 

Austria

L’Austria, drasticamente ridimensionata territorialmente dalle conseguenze della guerra, intraprende un proprio percorso democratico: sono i socialdemocratici che tentano di guidare il processo di normalizzazione del paese, mentre il partito comunista prova più volte la carta dell’insurrezione bolscevica, un modello politico che pochi, però, decidono di spalleggiare.

Italia

In Italia, le tragiche conseguenze del conflitto mondiale sono aggravate, dalla debolezza dell’assetto democratico e parlamentare: la classe dirigente è in evidente difficoltà nel condurre il paese verso la normalità e lo sviluppo moderno. I movimenti cattolici si sono riuniti in una coalizione (il Partito popolare fondato da Don Luigi Sturzo) già dal 1919, mentre la sinistra non riesce a organizzare le varie correnti rivoluzionarie, pagando questa frammentazione in termini di perdita di potere politico (nel 1921 avviene la scissione con il Partito Comunista dal Partito Socialista). In questo contesto si afferma il fascismo: il movimento, fondato nel 1919 da Benito Mussolini, coniuga istanze socialiste e aspirazioni nazionalistiche, introducendo nel panorama italiano un nuovo atteggiamento, aggressivo e violento, in ambito politico e sociale.

Cavalcando lo scontento popolare per la conferenza di pace di Versailles, colpevole di non aver riconosciuto all’Italia il suo ruolo di potenza vincitrice, il fascismo attacca il governo, esprimendo il suo appoggio a clamorosi atti di protesta, quale l’occupazione della città istriana di Fiume (comandata da Gabriele D’Annunzio). Nel 1922 forte dell’appoggio dei vertici militari e di larga parte del Parlamento, Mussolini organizza la marcia su Roma senza che il re Vittorio Emanuele III intervenga. Finisce così il tentativo di rendere l’Italia uno Stato liberale e democratico.

La marcia su Roma

 

Europa Orientale:

La trasformazione politica si attua anche nell’Europa orientale, dove la tradizione parlamentare è debole e il potere risulta da sempre detenuto dalle forze conservatrici, dalla Chiesa ai proprietari terrieri.

Polonia

Nella Polonia del maresciallo Pilsudski si assiste all’instaurarsi di un regime militare e semidittatoriale, ispirato al nazionalismo e all’intolleranza verso le libertà democratiche.

Ungheria e Grecia

Drammatica per la sua intensità, invece la storia della repubblica Sociale Ungherese, che azzarda una trasformazione sul modello sovietico, ma il sogno rivoluzionario dell’Ungheria viene presto stroncato nel 1923 dalle forze militari conservatrici dell’ammiraglio Horty che riprendono il controllo del paese con un colpo di stato ordito con l’aiuto di Francia e Inghilterra, seriamente preoccupate dalla possibile creazione di un avamposto comunista in territorio europeo.

Lo stesso avviene in Grecia che, fatalmente, soccombe nuovamente alla monarchia.

Iugoslavia

In Iugoslavia, nel 1929, Alessandro I, doma la disputa tra serbi e croati imponendo una centralizzazione del potere militare in modo tirannico.

 

Mediterraneo:

Spagna

L’area mediterranea oltre al fascismo italiano, conosce in Spagna la dittatura del generale Miguel Primo de Rivera, il quale riesce a detenere il potere per quasi un decennio, fino al 1931, anno che vede la vittoria della sinistra nelle elezioni politiche. Ma nel 1936 quando il Fronte Popolare costituito da forze democratiche e progressiste porta avanti un ardito programma di riforme sociali, il generale Francisco Franco, ammutinatosi dall’esercito, comanda le sue truppe contro il governo legittimo, scatenando una guerra civile che lo vedrà al termine vincitore e al comando del regime fino alla sua morte nel 1975.

Francisco Franco

 

Portogallo

In Portogallo allo stesso modo, è l’esercito a interrompere nel 1924, la fragile esperienza democratica: l’economista cattolico Antonio Oliveira de Salazar, tiene saldamente le redini di un regime autoritario e clericale che esclude, per oltre mezzo secolo, il Paese dallo sviluppo democratico.

 

GLI ANNI “TRENTA”:

Alla fine degli anni ’20, il panorama politico internazionale viene sconvolto dal crollo dei titoli di borsa di Wall Street, a New York, è il 24 Ottobre del 1929 (il famoso “giovedi nero”) ed i risparmiatori di un’intera nazione sono in ginocchio. Il governo vara immediatamente una serie di drastiche misure di protezionismo economico, un rimedio che si ripercuote ben presto sulle finanze dell’intero pianeta, ormai legato a doppio filo agli USA.

La recessione degli stati Uniti, si diffonde come un’epidemia in tutti gli altri paesi: chiudono le industrie, aumentano i disoccupati, si riducono i consumi, i governi operano tagli finanziari ai settori trainanti dell’economia. Le ripercussioni della crisi sono fortissime:

L’Inghilterra è costretta a dare fondo al proprio capitale aureo, fatto mai verificatosi prima, e nel 1931, sospende la convertibilità della sterlina, sancendo di fatto la fine del suo immenso impero coloniale.

La Francia, a sua volta, si vede costretta ad adottare un rigido protezionismo, per cercare di evitare la dispersione del suo capitale economico.

In questo clima di crisi e di incertezza si verifica una progressiva involuzione dei regimi parlamentari occidentali, i ceti medi, stretti nella morsa dell’incertezza economica e del crollo dei valori tradizionali, guardano con favore alle nuove ideologie nazionalistiche, che con le loro propagande populiste, sembrano essere le uniche a poter garantire la sopravvivenza della borghesia occidentale. 

La Germania è la nazione che più di tutte risente del crollo statunitense: legata strettamente all’economia americana (gli Stati Uniti le hanno permesso il parziale saldo dei debiti di guerra e l’avvio della ricostruzione), vede improvvisamente svanire la possibilità di ricostituirsi come Stato moderno e capitalistico, precipitando nel baratro della recessione.

Nel 1931, in Germania, il Partito Nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi diviene una delle maggiori forze del paese. Il suo leader Adolf Hitler, fa leva sull’insoddisfazione popolare relativa al trattato di Versailles e propugna la riunificazione dei popoli di lingua e cultura tedesca in un unico, grandioso impero. Ai suoi concittadini, stremati dalla recessione economica, offre la possibilità di un riscatto morale e politico, la prospettiva della riconquista dei territori perduti e indica nelle dottrine socialiste e nell’accentramento di potere dei gruppi finanziari i responsabili di tutti i mali che affliggono il paese.

L’inevitabile crisi della fragile repubblica di Weimar non può che facilitare l’ascesa politica di Hitler che, il 30 gennaio del 1933, dopo un netto successo alle elezioni, riceve l’incarico di presiedere il nuovo governo tedesco. Una serie di efferate azioni terroristiche finalizzate all’annientamento dei propri avversari sono le prime azioni di Hitler, che, dopo aver eliminato ogni opposizione e libertà politica, diventa nel 1934 capo dello Stato. Nasce così il terzo Reich. Hitler assurge a guida del popolo e incarnazione delle sue aspirazioni. La sua forza sta soprattutto nell’abile impiego dei mezzi di comunicazione di massa. L’uomo tedesco diviene così parte integrante di un grandioso progetto che ha due nemici fondamentali: il presunto “potere economico ebraico” e il comunismo.

L’avvento del nazismo in Germania è l’episodio culminante della profonda crisi della democrazia in Europa tra le due guerre: un disagio cominciato negli anni venti e che gli eventi tedeschi contribuiscono ad accelerare. In tutto il continente si assiste al diffondersi di movimenti estremistici ispirati al totalitarismo nazista, dalle Croci frecciate in Ungheria, alle Guardie di ferro in Romania, mentre i paesi già soggetti a dittatura militare (Polonia, Grecia, Bulgaria e Iugoslavia) subiscono l’ulteriore rafforzamento dei rispettivi regimi.

Mentre il mondo intero tenta disperatamente di sottrarsi alla crisi che lo attanaglia, l’URSS, isolata e in piena crescita economica, tocca i suoi vertici più alti di industrializzazione e modernizzazione. Sotto la guida della gerarchia comunista, l’impulso economico è strettamente legato al raggiungimento e al superamento delle potenze capitalistiche sul loro stesso terreno. La produzione è gestita interamente dallo stato, con l’intento di dimostrare l’inefficienza del mondo occidentale e dell’impresa privata. Piani di lavoro quinquennali vengono redatti dal potere di Mosca, senza tener conto però delle differenze esistenti, sotto ogni punto di vista, fra le varie regioni di un paese dalle dimensioni gigantesche. Prendono avvio la collettivizzazione dell’agricoltura e la ristrutturazione del lavoro operaio, nel mito dell’instancabile minatore Stachanov. I costi umani, soprattutto nelle campagne, sono spaventosi: nella sola Ucraina, sono diversi milioni i morti a causa delle carestie provocate dalla collettivizzazione forzata. Negli anni ‘30 mentre tutto il mondo industrializzato vede calare vertiginosamente la produzione e crescere la disoccupazione, l’Unione Sovietica, nel giro di dieci anni, quadruplica addirittura il volume della propria produzione industriale e triplica il numero degli occupati. Tuttavia, questo enorme sforzo è accompagnato da un’involuzione politica e sociale: Stalin, capo del Partito comunista, accentra tutto il potere su di sé, divenendo un dittatore non dissimile da quelli occidentali, che decide e dirige, tragicamente, “nel nome del popolo”.

Josif Stalin

 

L’avanzata dei regimi di stampo fascista fu in ogni caso, pur non favorita, non efficacemente osteggiata dalle democrazie europee quali la Francia e l’Inghilterra, maggiormente preoccupate per la possibile espansione della rivoluzione bolscevica in territorio europeo.

Anche le roccaforti del potere tradizionale, l’esercito e la chiesa, non sono contrarie ai regimi che sono ritenuti necessari per fronteggiare le rivolte che le masse popolari tentano di attuare nei vari paesi.

 

Il fascismo in Italia

Il fascismo fu una nuova formazione politica, nata nel dopoguerra per iniziativa dell’ex socialista Benito Mussolini, particolarmente attiva nell’agitare temi di propaganda graditi alla scontenta piccola borghesia, ai reduci, agli ufficiali in cerca di effimera gloria.

Nel 1919, a Milano, Mussolini aveva costituito i Fasci di Combattimento. Da principio il movimento non riscosse molto successo. Nelle prime consultazioni elettorali (1919) i fascisti non riuscirono a entrare in Parlamento. Il sostegno dato al fascismo da agrari, industriali, alti burocrati, la sua prontezza a prodursi in spedizioni punitive, il fatto di non configurarsi ideologicamente e politicamente in modo netto, favorirono enormemente la sua diffusione specie nell’Italia centro-settentrionale. Nacquero quelle squadre di azione che si resero tristemente famose con uccisioni e attentati e che servirono, illegalmente, a ristabilire nel paese un ordine fittizio.

Il 28 ottobre 1922 Mussolini ruppe gli indugi e organizzò la presa del potere violenta. Le sue squadre conversero su Roma (Marcia su Roma); il re si rifiutò di firmare il decreto di stato d’assedio proposto dal Primo Ministro Facta e chiamò Mussolini a formare il nuovo governo. Dapprima Mussolini ottenne la collaborazione dei conservatori e dei popolari (cattolici), ma poi, in seguito all’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti ( giugno 1924), che provocò una generale indignazione nel paese, egli abbandonò ogni parvenza di legalità e diede inizio a un energico e duro giro di vite autoritario. Con la connivenza della Corona iniziava la dittatura fascista.

Il ritrovamento del corpo senza vita di Matteotti

 

Politica interna: Esautorato il Parlamento si giunse presto alla distruzione di ogni principio democratico. Il capo di governo non era più espressione di una maggioranza parlamentare, ma era responsabile solo di fronte al re. L’opposizione fu dispersa e il Parlamento fu “fascistizzato”. Furono creati la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e il tribunale speciale. Con il Gran Consiglio del Fascismo, nelle cui mani si accentrava interamente il potere, ogni parvenza di vita democratica scomparve.

Si volle anche dare una nuova soluzione alla questione sociale attraverso il corporativismo, il cui contenuto è espresso nella Carta del Lavoro (1927). In essa si tentava la conciliazione degli interessi dei lavoratori e dei datori di lavoro, nel “supremo interesse della Nazione” mediante le Corporazioni, che non erano veri organismi sindacali ma associazioni di categoria strettamente controllate dal potere politico. L’accentramento totalitario dello Stato fascista portò, sul piano economico, alla riduzione del liberoscambismo e alla autarchia, cioè al tentativo di rendere l’economia italiana autosufficiente incrementando al massimo le risorse nazionali.

Nel settore religioso fu risolta la questione romana con i Patti del Laterano (1929). Essi comprendono: a) un trattato per cui il Pontefice riconosce l’Italia con capitale Roma e a sua volta lo Stato italiano riconosce la sovranità del Pontefice sulla Città del Vaticano; b) una convenzione finanziaria per la quale lo Stato italiano si impegnava a versare alla Santa Sede circa due miliardi a titolo di risarcimento dell’esproprio del 1870; c) il concordato che regola i rapporti tra Stato e Chiesa nelle materie “miste” (matrimonio, insegnamento religioso nelle scuole). Dal punto di vista politico il “concordato” come fu chiamato, fu di estrema importanza per il regime fascista per avere quella definitiva autorevolezza, anche nel mondo cattolico, che ancora gli mancava. Ormai non c’erano più ostacoli all’affermarsi definitivo del regime mussoliniano.

Politica estera: Nella politica estera fascista vi furono due fasi: fino al 1934, Mussolini si mantiene nel solco delle alleanze tradizionali; poi opera una brusca virata in senso imperialistico.

Nel primo periodo la politica coloniale fu limitata alla annessione della Somalia meridionale. Nei rapporti internazionali furono particolarmente tese le relazioni con la Iugoslavia e la Francia che cercavano di bloccare l’Italia nell’Adriatico. Mussolini, dopo l’annessione di Fiume, reagì alla collaborazione franco-iugoslava col trattato di amicizia e alleanza con re Zogu di Albania (1927) e tentò di attrarre nella propria orbita politica le potenze balcaniche come l’Ungheria. Buoni invece erano i rapporti con l’Inghilterra, che vedeva nell’Italia fascista un valido baluardo contro il bolscevismo. Le relazioni con la Germania di Hitler ebbero un primo periodo di tensione. Nel 1933 a Roma, Mussolini aveva concluso un Patto delle Quattro Potenze (Italia, Germania, Inghilterra e Francia) le quali avrebbero dovuto garantire, soppiantando la Società delle Nazioni, il mantenimento della pace e l’organizzazione dell’Europa post Prima Guerra mondiale. Così l’anno successivo, Hitler tentò di rovesciare il governo austriaco e di realizzare l’Anschluss. Mussolini allora inviò due divisioni al Brennero, in difesa della indipendenza austriaca, e Hitler dovette desistere dal tentativo. La violenta azione di Hitler portò alla Conferenza di Stresa (1935) in cui Francia, Inghilterra e Italia condannarono la Germania nazista riaffermando lo spirito di pace di Locarno.

Il secondo periodo s’inizia con la guerra etiopica (ottobre 1935) e si conclude con la fine del regime. L’aggressione nel dicembre del ’34 di poche forze abissine al presidio italiano di Ual-Ual, fu l’occasione della guerra.

Dopo un inutile e del tutto formale tentativo di soluzione presso la Società delle Nazioni, l’Italia iniziò le operazioni militari. L’Inghilterra preoccupata di una eventuale espansione italiana in quella zona dell’Africa che avrebbe minacciato le vie delle Indie, reagì mobilitando la Home Fleet e facendo votare alla Società delle Nazioni contro l’Italia le sanzioni economiche da parte di 52 Stati. La guerra si concluse rapidamente nel maggio 1936. Il 9 Maggio venne proclamato l’Impero e il re Vittorio Emanuele III assunse anche il titolo di imperatore di Etiopia.

Il  risultato della guerra fu la rottura della tradizionale amicizia anglo-italiana e l’inizio della politica di stretta alleanza fra Italia e Germania (asse Roma-Berlino) che doveva concludersi nel Patto d’acciaio. All’origine di questa intesa c’era stato l’atteggiamento benevolo della Germania verso l’Italia durante la guerra etiopica. La Germania infatti non aveva aderito alle sanzioni, aveva anzi aiutato l’Italia e per prima ne riconobbe l’impero.

L'impero fascista

 

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